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George W. Bush: Giù le Mani dal Venezuela!

Noi sottoscritti, militanti del movimento sindacale italiano, rivolgiamo un appello diretto ai nostri fratelli e sorelle negli Stati Uniti da parte del popolo venezuelano.

Le recenti dichiarazioni bellicose e gli attacchi al presidente Chàvez da parte dei rappresentanti dell’Amministrazione Bush pongono una minaccia diretta ai lavoratori venezuelani. Tali esternazioni aggressive da parte della Casa Bianca appartengono allo stesso tipo di linguaggio che venne utilizzato per preparare l’intervento degli Usa in Vietnam, Cuba, Cile, Iraq e altri paesi.

Facciamo appello pertanto ai nostri amici nel movimento sindacale americano ad unirsi a noi nel condannare queste provocazioni e nell’esercitare la massima pressione sull’Amministrazione Bush affinché desista da questi attacchi.

Rivendichiamo il diritto del popolo venezuelano all’autodeterminazione, senza interferenze imperialiste.

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Referendum Revocatorio in Venezuela

Un colpo schiacciante alla controrivoluzione

Di Alan Woods

 

Alle 4.03 della mattinata di oggi, il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela (CNE) ha annunciato il risultato del referendum revocatorio al governo del presidente venezuelano Hugo Chàvez Frìas. Il 94,94% del voto elettronico scrutinato rivela che l’opposizione non ha ottenuto più voti di quelli necessari a Chavez per rimanere. Il “no” ha ottenuto 4.991.483 voti, che rappresenta il 58,85% dell’intera votazione, mentre il “si” ha ottenuto 3.576.517 voti, che rappresenta il 41,74% dell’intera votazione.

Immediatamente l’opposizione ha “negato categoricamente” di riconoscere la validità dei risultati. Tuttavia è chiaro che il “no” ha vinto con una schiacciante maggioranza. I primi resoconti sostenevano che per la maggioranza lo scarto poteva essere maggiore, il 63% contro il 36%. Questi dati potrebbero avvicinarsi alla realtà. Il conteggio manuale dei voti provenienti dalle aree rurali e dalle zone urbane povere, dove Chavez conta su un largo appoggio, e dove non sono state utilizzate macchine elettroniche, probabilmente incrementerà il margine di vittoria del presidente.

Le masse si risvegliano

Il referendum ha risvegliato le masse. La partecipazione elettorale non ha avuto precedenti perché tutti sapevano quello che era in gioco. I venezuelani hanno atteso in fila per votare per più di dieci ore. Il nostro corrispondente a Caracas ha scritto ciò che segue la notte scorsa, per dare una testimonianza dell’atmosfera che si respirava nelle strade durante la votazione:

“L’euforia sul viso delle persone e le festose celebrazioni nelle zone povere di Caracas contrastano con l’atmosfera di rabbia delle zone degli escualidos (così i Chavisti soprannominano i sostenitori dell’opposizione). In tutte le zone ci sono state lunghe file per votare, ma mentre nei quartieri più poveri stanno aspettando ancora di poter votare, nelle zone della classe media e alta le file sono già sparite. In alcune zone la gente è stata ad aspettare sei o sette ore per votare”.

La partecipazione è stata approssimativamente del 90%. Questa partecipazione elettorale storica contrasta profondamente con l’affluenza che si ha normalmente nelle elezioni in Gran Bretagna e negli USA. Questo è quello che succede quando la popolazione capisce che ha qualcosa per cui votare a favore, ma anche contro. Questo è quello che succede quando le persone sentono che la politica è realmente importante e che votare può fare la differenza. Questo contrasta con la situazione delle “democrazie occidentali”dove nella maggior parte dei casi non votano nemmeno, perché credono che chiunque venga eletto non porterà una reale differenza nelle proprie vite. E tuttavia Bush e Blair pensano di avere il diritto di dare una lezione di democrazia al popolo venezuelano!

Questa eccezionale vittoria nel referendum di domenica è l’ottava vittoria elettorale di Chavez e dei bolivariani negli ultimi sei anni. Tuttavia l’opposizione insiste nel descriverlo come un “dittatore”. Queste parole contrastano con la realtà dei fatti. Indipendentemente da ciò che si pensa di Hugo Chavez, egli non è un dittatore. Dopo quasi sei anni di governo, il presidente Chavez non solo ha mantenuto l’appoggio popolare, ma lo ha anche aumentato. Le elezioni del 1998 le vinse con il 56% dei voti e la rielezione del 2000 con il 59%. Oggi il suo appoggio è vicino al 60%.

L’opposizione, sconfitta in ogni elezione, ha cercato di togliere il potere a Chavez con un golpe di stato nel 2002, e successivamente con una serrata padronale dell’impresa pubblica petrolifera PDVSA. Quando questi tentativi fallirono, l’opposizione ripose tutti i suoi sforzi nel referendum revocatorio con l’intenzione di far cadere prima del tempo un presidente democraticamente eletto.

Tutto ciò è ironico. Il diritto costituzionale di un referendum revocatorio esiste solamente grazie alla nuova costituzione redatta da un’Assemblea Costituente eletta durante il primo anno del mandato di Hugo Chavez e approvata da un referendum popolare. La revoca dei funzionari eletti per gli incarichi pubblici fu un’idea proposta da Chavez all’assemblea e fu appoggiata dalla maggioranza, e rifiutata dall’opposizione, che in seguito ha ipocritamente utilizzato questo diritto per cercare di far cadere il presidente. A proposito, se questi “democratici” avessero vinto, la prima cosa che avrebbero fatto sarebbe stata abolire il diritto al referendum revocatorio.

Questi gentiluomini che si autodefiniscono democratici, nella pratica dimostrano che sono disposti ad accettare la “democrazia” solamente se vincono. Fino all’ultimo minuto l’opposizione ha continuato con le sue manovre. Prima che il CNE annunciasse ufficialmente i risultati, i membri del CNE, Sobella Mejias e Ezequiel Zamora, fecero un annuncio separatamente mettendo in discussione il risultato. Non è un segreto che tanto Mejias quanto Zamora siano allineati con l’opposizione. Con questo tipo di sporchi trucchi l’opposizione cerca di screditare il referendum e in questo modo preparare la strada per futuri atti di sabotaggio.

Ancora una volta la classe operaia e i poveri del Venezuela hanno mostrato un infallibile istinto di classe. Hanno detto che nel quartiere operaio di Petare c’erano code dalle quattro del mattino. Quando fu chiara la sconfitta dell’opposizione, le masse sono esplose di gioia. Le strade che circondavano il Palazzo Presidenziale di Miraflores di Caracas erano piene di manifestanti pro-Chavez che festeggiavano questa nuova vittoria della rivoluzione bolivariana. Venezuelanalysis.com pubblica quanto segue: “ i chavisti hanno invaso le strade dei quartieri operai suonando clacson e facendo musica. Anche nelle zone operaie di Caracas si possono sentire fuochi d’artificio, sembra la notte di Capodanno”.

Colpo alla controrivoluzione

Senza dubbio questo risultato rappresenta un colpo contundente per i controrivoluzionari, parte dei quali sono chiaramente riluttanti ad accettare il risultato. Dicono che si sono avute intensi negoziati tra il Centro Carter e l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) con la coalizione dell’opposizione, la Coordinatrice Democratica, per convincere quest’ultima ad accettare la vittoria di Chavez.

E’ abbastanza naturale che le masse festeggino. Ancora una volta hanno assestato un duro colpo alla controrivoluzione e l’hanno bloccata nel piano elettorale. Però stranamente anche gli oppositori di Chavez erano nelle strade e i loro dirigenti hanno ordinato loro di celebrare la propria “vittoria”. La base dei gruppi chavisti ha denunciato questo appello a manifestare come un piano per provocare disturbi di ordine pubblico e possibili blocchi delle strade, come è stato fatto all’inizio di quest’anno. Un dirigente dell’opposizione ha fatto un appello alla “rivolta civile” per protestare contro il ritardo nel processo delle votazioni e ciò conferma chiaramente questi timori.

I controrivoluzionari stavano aspettando di utilizzare il referendum per provocare nuovi scontri e disordini. Speravano di creare caos sufficiente per provocare un nuovo colpo di stato. Questo sarebbe stato lo scenario soprattutto se il risultato elettorale sarebbe stato di testa a testa.

I dirigenti dell’opposizione Humberto Calderon Berti e Cesar Perez Vivas, del partito COPEI, hanno fatto una conferenza stampa domenica notte per ringraziare gli osservatori internazionali della loro presenza in questa “elezione storica”. La miserevole espressione sul viso di Berti parlava da sola. Non pensavano che potava essere questo il risultato! I controrivoluzionari credevano che il loro controllo dei mezzi di comunicazione desse loro il vantaggio sufficiente per vincere il referendum. Inoltre, contavano sull’appoggio malcelato di Washington e della maggior parte dei governi dell’America Latina, personificati in Jimmy Carter e l’OSA.

Il ruolo degli osservatori internazionali

Non siamo ancora a conoscenza del verdetto degli osservatori internazionali, incluso quello dell’ex presidente degli USA, Jimmy Carter, e dell’OSA. Più di 400 osservatori internazionali, inclusa una commissione dell’OSA, si trovano in Venezuela per “vigilare” sul processo del referendum revocatorio. Realmente si tratta di un’ingerenza straniera negli affari interni del Venezuela senza precedenti. Questo referendum revocatorio è stato il processo elettorale più strettamente monitorato in tutto l’emisfero occidentale. Sicuramente non c’è stato lo stesso livello di vigilanza nelle trascorse elezioni presidenziali statunitensi, che furono truccate per fare in modo che Gorge W. Bush potesse accedere alla Casa Bianca. Però queste piccole contraddizioni non interessano poi tanto ai critici esteri del Venezuela.

L’organismo più conosciuto della “missione degli osservatori” è il Centro Carter, fondato dall’ex presidente statunitense Jimmy Carter. Questo vecchio produttore di arachidi fu un presidente mediocre, però come esperto di manovre subdole nel campo della diplomazia possiede delle doti eccezionali. Il presidente Chavez mi ha raccontato come Jimmy Carter pianse quando conobbe le spaventose condizioni di vita dei poveri in Venezuela. La sua capacità di piangere in determinati momenti proviene dalla sua educazione religiosa nel Sud degli Usa. Senza dubbio anche i suoi antenati hanno pianto conoscendo le sofferenze dei poveri, nello stesso tempo in cui si arricchivano sfruttando i propri schiavi neri. Questo speciale marchio di ipocrisia cristiana è l’arma più utile per l’armatura della diplomazia internazionale, e Carter è riuscito a dominarla con assoluta perfezione.

L’ipocrisia in questo momento è molto richiesta in Venezuela. La controrivoluzione non può apparire pubblicamente con il suo vero volto, è necessario che si mascheri da vera democrazia, anche se il suo reale obiettivo è installare una dittatura in Venezuela. Numerose organizzazioni controrivoluzionarie si presentano come gruppi in difesa dei “diritti umani” o qualcosa di simile. Per ingannare l’opinione pubblica le cose devono tramutarsi nel proprio contrario: una sconfitta elettorale deve essere presentata come una vittoria, e una vittoria come una sconfitta, la dittatura si deve presentare come una democrazia e quest’ultima come una dittatura e così via.

Una delle organizzazioni specializzate in questo tipo di ipocrisia e inganno è la Sumate, si presenta come un’associazione civica imparziale obiettiva, però è in realtà un gruppo pro-opposizione finanziato da Washington. La codirettrice di Sumate, Maria Corina Machado, partecipò al golpe del 2002 che rovesciò per un breve periodo di tempo Chavez, firmò i decreti che convertivano Pedro Carmona in dittatore. Attualmente è indagata per tradimento, e per avere ricevuto fondi da un governo straniero (quello degli USA) destinati alla caduta del governo Chavez.

Sumate ha utilizzato i propri fondi, dati generosamente da donatori statunitensi, per organizzare una grande squadra di “volontari” il cui obiettivo era raccogliere il maggior numero possibile di voti favorevoli al “si” negli exit polls. Questi “risultati oggettivi” potevano essere presentati come prova del fatto che l’opposizione aveva vinto e poteva essere utilizzato come propaganda per organizzare disordini nel momento in cui Chavez stava per annunciare la sua vittoria.

Nonostante questa immagine pubblica di “organismo imparziale”, il Centro Carter è uno strumento di Washington. Il Centro Carter si finanzia con fondi provenienti dal governo nordamericano. E come dice il proverbio: chi paga l’orchestra sceglie la musica. E’ risaputo che tutta la classe dominante statunitense si oppone a Chavez e appoggia l’opposizione.

In un’audizione davanti a una sottocommissione del Parlamento statunitense tenutasi il 15 marzo del 2000, il principale osservatore del Centro Carter, la professoressa di scienze politiche dell’università della Georgia, Jennifer McCoy, pone il governo venezuelano nella categoria di “nuove e sottili forme di autoritarismo attraverso l’opzione elettorale…”. Nel suo sforzo dichiarato di “impedire nuove democrazie ibride”, la McCoy chiese al governo degli USA di continuare ad appoggiare il Centro Carter, con l’intento che questo finanziamento rappresenti “un mezzo neutrale e professionale per il miglioramento del processo elettorale”.

McCoy ha chiesto agli USA di fare pressione al governo Chavez, sebbene non siano mai esistite prove significative della frode elettorale dell’elezione di Chavez nel 1998 e nei plebisciti organizzati dal governo negli anni seguenti. Ha presentato il governo Chavez allo stesso modo di come presentò il governo dell’ex dittatore peruviano Alberto Fujimori.

Carter chiede cautela

Il fatto che Carter e l’OEA appoggino l’opposizione è fuori di ogni dubbio. Tuttavia, i piani dell’opposizione di far uso degli osservatori stranieri si è infranto contro la massiccia risposta nella campagna del referendum. La campagna è stata portata avanti in modo scrupoloso e in maniera democratica. Nessuno ha trovato irregolarità.

Nelle prime ore della domenica, dopo aver visitato i vari collegi elettorali, Carter ha dovuto ammettere che le file per la votazione non avevano “precedenti sia per lunghezza che per ordine”. Carter, che è a capo della missione del Centro Carter per osservare lo storico referendum revocatorio del Venezuela, ha aggiunto “dalle prime ore del giorno abbiamo visitato diversi collegi elettorali di Caracas e c’erano migliaia di persone che aspettavano con molta pazienza e in tutta tranquillità”. Il segretario generale dell’OSA, Cesar Gaviria, la domenica ha dichiarato che i risultati del referendum erano “attendibili”.

Cosa potrebbero dire di più questi signori? L’intento originario dell’OSA e del Centro Carter era fare pressione al governo di Caracas per giungere ad un “accordo” con l’opposizione o, se era possibile, truccare il referendum a favore di quest’ultima. Se la differenza voti fosse stata ristretta avrebbero potuto annunciare la vittoria dell’opposizione prima che fossero annunciati i risultati ufficiali. Questa è stata probabilmente la motivazione per la quale si è rimandato di tanto il risultato.

Un settore della linea dura ha cercato di pretendere che l’OSA e il Centro Carter collaborassero a questa manovra. Alcuni settori dell’opposizione apparentemente avevano intenzione di fornire i risultati dei propri sondaggi subito dopo le votazioni ancora prima delle chiusura dei collegi elettorali. Questa sembra fosse la posizione del dirigente oppositore Enrique Mendoza. E’ stata una chiara provocazione. Però sia il Centro Carter che l’OSA si sono resi conto del fatto che era inutile e controproducente cercare di negare il risultato del referendum.

All’una e mezzo del mattino i funzionari del Centro Carter e dell’OSA hanno terminato la riunione con il Consiglio Elettorale Nazionale. Cercarono disperatamente di convincere la coalizione dell’opposizione, la Coordinadora Democratica, di accettare la vittoria di Chavez. Però Carter non poteva obbligare i settori della linea dura. Non ci sono dubbi che egli sia una canaglia imperialista, però non è un pazzo completo. Lo sfacciato intento di dare la vittoria all’opposizione mediante una frode avrebbe immediatamente provocato un’esplosione che non si sarebbe potuta controllare.

Carter, un rappresentante relativamente astuto dell’imperialismo statunitense, cercò di calmare l’opposizione. Il periodico venezuelano, Diario Vea, ha informato che la McCoy indirettamente aveva criticato la decisione dell’opposizione di annunciare prima del tempo risultati non ufficiali. La McCoy ha dichiarato che tutti i protagonisti politici erano tenuti ad aspettare l’annuncio dei risultati dall’organismo accreditato del governo, il Consiglio Elettorale Nazionale.

Sia il Centro Carter che l’OSA si sono resi conto che era inutile e controproducente cercare di negare il risultato del referendum. Però era solo una decisione tattica. Hanno compreso che un golpe in questo momento era troppo rischioso perché la correlazione delle forze di classe non era favorevole. In questo modo, la vittoria di Chavez dovrà essere accettata anche se malvolentieri almeno da un settore dell’opposizione. Nel migliore dei casi possono cercare di gettare alcuni dubbi sul processo, aumentando le irregolarità, gridando la parola frode, etc…Questo è quello che già stanno facendo. In realtà lo stavano facendo ancora prima che si celebrasse il referendum.

E adesso?

Come già pronosticato nel nostro ultimo articolo (Perché noi marxisti lottiamo per il “no”. Davanti al referendum di domenica 15 agosto, in inglese), gli imperialisti comprendono che la situazione per un prossimo golpe non è ancora matura, che porterebbe ad una guerra civile, una guerra civile che sicuramente perderebbero. Quindi, hanno deciso di adottare una tattica differente. Dopo aver fallito nell’assalto ricorrono all’assedio. La lotta non è terminata è semplicemente passata su un piano differente. I controrivoluzionari e i loro alleati imperialisti aspetteranno fino a quando la correlazione delle forze di classe sia a loro più favorevole. Ed entreranno di nuovo in azione. Per adesso è necessaria una ritirata tattica e leccarsi le ferite.

Ciò significa che tutto si è concluso e l’opposizione è stata definitivamente sconfitta? Niente affatto. Quello che il referendum ha dimostrato è che la società venezuelana è estremamente polarizzata tra destra e sinistra. Tale polarizzazione non scomparirà dopo il referendum, anzi si approfondirà. In questo senso, il referendum non ha risolto nulla. I controrivoluzionari riorganizzeranno le proprie forze prepareranno una nuova offensiva una volta che la situazione sarà più favorevole.

A livello internazionale non abbandoneranno la loro campagna contro la rivoluzione venezuelana, continueranno a sostenere che Chavez ha tendenze autoritarie. Con l’aiuto di organizzazioni come Sumate, pubblicheranno inchieste truccate destinate a contraddire i risultati ufficiali e a dimostrare che il risultato è basato su un imbroglio. Continueranno a sabotare e ad ostacolare il progresso della rivoluzione, cercando di causare caos economico e sociale. Non saranno soddisfatti fino a quando Chavez non sarà sconfitto e le conquiste della rivoluzione bolivariana non saranno tutte liquidate.

L’ultima vittoria del governo Chavez pone l’opposizione borghese in una posizione difficile. Questa è la quarta volta che delle elezioni libere in Venezuela danno la maggioranza assoluta a Chavez. La borghesia venezuelana è ogni volta più disperata. La lotta di classe si intensifica in ogni momento. I lavoratori e i contadini, incoraggiati dal risultato del referendum, pretenderanno più riforme e l’approfondimento del processo rivoluzionario. La borghesia e gli imperialisti esigeranno invece un freno e un passo indietro. Il governo si troverà tra due fuochi.

La massiccia partecipazione elettorale di domenica è un chiaro riflesso dell’estrema polarizzazione politica a destra e a sinistra che esiste oggi all’interno della società venezuelana. La questione immediata era la permanenza al proprio posto del presidente Hugo Chavez, però erano implicite anche altre questioni più profonde, e queste non si sono ancora risolte. Era necessario vincere il referendum, però il risultato del referendum non risolverà questi problemi fondamentali. Li acutizzerà solamente.

Quei dirigenti del movimento bolivariano che sostengono che con la celebrazione del referendum i nemici della rivoluzione sarebbero stati zittiti, hanno dimostrato di essersi sbagliati. I nemici interni ed esterni della rivoluzione venezuelana non possono accettare le elezioni, i referendum e i negoziati. Saranno soddisfatti solo quando la rivoluzione sarà sconfitta. Non riconoscere questo è un errore di irresponsabilità.

Nelle precedenti occasioni, quando le masse hanno sconfitto la controrivoluzione, si è persa un’occasione d’oro, di condurre la rivoluzione alla vittoria e farla finita con il potere dell’oligarchia una volta per tutte. Però in ognuna delle occasioni è stata sprecata l’opportunità. I dirigenti si sono lasciati sedurre dai canti delle sirene della “moderazione” e della “negoziazione”, il risultato inevitabile è stato una nuova offensiva della controrivoluzione.

E’ il momento di imparare la lezione! Non si può lasciare la rivoluzione a metà. Nella misura in cui l’oligarchia continua a mantenere il controllo di settori importanti dell’economia, continua a comportarsi come un cavallo di Troia dell’imperialismo nordamericano, sabotando e sgretolando la rivoluzione bolivariana. E’ giunto il momento di porci una domanda chiave: possiamo permettere che gli interessi di un pugno di facoltosi parassiti decidano il destino di milioni di persone? O dobbiamo porre fine una volta per tutte a questa situazione, espropriando la proprietà dei controrivoluzionari e intraprendendo il cammino verso la democrazia socialista?

Il 15 agosto entrerà negli annali della storia rivoluzionaria come una grande vittoria della classe operaia, con una condizione: che non la sprechiamo, che non lasciamo l’iniziativa ai nostri nemici, dobbiamo assestare i colpi necessari a distruggere la base del loro potere. Questa è l’unica strada che può portarci alla vittoria e intraprendere una trasformazione rivoluzionaria decisiva della società.

Londra, 16 agosto 2004.

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Solidarietà con i lavoratori della Venepal

Un punto di svolta per la rivoluzione venezuelana

di Jorge Martin

Lo scorso sette settembre i padroni della Venepal, una grossa cartiera a Moron, nello stato di Carabobo, in Venezuela hanno deciso di interrompere la produzione e di non pagare i salari a tutti i quattrocento dipendenti. Non è la prima volta che accade una cosa del genere. Già un anno fa l’azienda aveva preso gli stessi provvedimenti adducendo difficoltà finanziarie e i lavoratori avevano deciso di occupare lo stabilimento in una dura lotta durata undici settimane. Oggi gli stessi lavoratori rivendicano che il governo nazionalizzi l’azienda sotto controllo e gestione operaia.

La lotta di Venepal è di estrema importanza e l’esito sarà cruciale per il futuro del movimento operaio e la rivoluzione bolivariana in Venezuela.

Venepal è uno dei principali produttori di carta e cartone del Venezuela e si trova in una delle zone industriali più importanti del paese. A un certo punto è arrivata ad impiegare circa 1600 lavoratori, controllando il 40% del mercato nazionale e collocandosi come una delle aziende principali del settore in tutta l’America Latina. In seguito i padroni hanno diminuito gli investimenti, perdendo progressivamente quote di mercato. Nell’aprile 2002 uno dei principali azionisti di Venepal era presente al giuramento del presidente golpista Pedro Carmona.

Nel luglio 2003 l’azienda ha dichiarato bancarotta e mandato a casa seicento lavoratori che da mesi erano senza stipendio. Venepal aveva accumulato debiti per cento milioni di dollari con le banche e trenta milioni con lo stato venezuelano, principalmente imposte e bollette non pagate.

In diverse occasioni il presidente Chavez aveva incitato i lavoratori ad occupare la fabbrica in caso di chiusura da parte del padrone. Così dopo un’assemblea con la partecipazione della popolazione locale, i lavoratori di Venepal decisero di occupare lo stabilimento e di farlo funzionare sotto controllo operaio. La gestione operaia durò per 77 giorni, durante i quali, come ci spiego Rowan Jimenez, membro del consiglio di fabbrica, “i lavoratori organizzarono la produzione stracciarono ogni record di produttività e ridussero gli scarti di lavorazione a livelli mai visti prima”. Dopo tre mesi di lotta fu raggiunto un accordo che comprendeva il pagamento dei salari arretrati e il mantenimento di quasi tutti i posti di lavoro. La cartiera sarebbe stata riaperta sotto i vecchi proprietari con crediti agevolati da parte dello stato.

Considerando la sconfitta di altre occupazioni avvenute nello stesso periodo, i lavoratori considerarono questo accordo come una vittoria parziale, ma rimasero comunque vigili. Capivano che quella era una tregua che non poteva durare.

Infatti nel settembre scorso l’azienda ha di nuovo interrotto la produzione e i lavoratori hanno occupato lo stabilimento. I padroni vorrebbero disfarsi di una forza lavoro combattiva vendere lo stabilimento alla multinazionale Smurfit e trasferire la produzione in Colombia.

I lavoratori hanno ribadito la loro richiesta di nazionalizzare l’azienda sotto controllo operaio. Spiegano come Venepal potrebbe produrre a beneficio dell’intera nazione, ad esempio producendo carta oper le “Misiones” (i progetti educativi del governo portati avanti dalle comunità locali). Inoltre i terreni di proprietà di Venepal intorno allo stabilimentano includono edifici abbandonati, una scuola, un campo da baseball, un hotel con piscina, una centrale elettrica e perfino una pista di atterraggio per gli aeroplani. Gran parte di queste strutture sono oggi abbandonate, ma potrebbero essere messe a disposizione di tutta la popolazione.

I lavoratori hanno coinvolto la comunità locale nella loro lotta. E stata organizzata un’assemblea alla presenza delle Unità di Battaglia Elettorali (Ube) del luogo. Le Ube sono le strutture nati per condurre la campagna referendaria del 15 agosto e che oggi stanno divenendo gli organismi di base del movimento rivoluzionario. Dieci Ube hanno partecipato in rappresenta di centinaia di persone. L’ambiente nell’assemblea era elettrico e la discussione verteva su come la popolazione può aiutare la lotta dei lavoratori, portando cibo, facilitando i trasporti, ecc. Un rappresentante di una Ube ha affermato: “Siamo in una rivoluzione e questa lotta è la nostra lotta. Lottiamo per i lavoratori della Venepal e le loro famiglie, per la difesa della rivoluzione e per il nostro paese.”

Il 30 settembre 700 persone hanno partecipato a un corteo per le strade della città di Moron. La radicalizzazione della lotta dei lavoratori della Venepal fa parte di un processo generale che vede dozzine di fabbriche e luoghi di lavoro, nel solo stato di Carabobo, dove i lavoratori rompono con la Ctv golpista e mafiosa e aderiscono alla Unt.

Lo scorso 6 ottobre a Valencia, sempre nello stato di Carabobo, in una riunione dell’Unt più di cinquanta delegati sindacali per organizzare azioni di solidarietà con i lavoratori di Venepal. Erano presenti delegati delle principali fabbriche dello stato, tra cui Coca-Cola, Pirelli, Ford e General Motors. La solidarietà verso la lotta di Venepal è stata impressionante e sono stati raccolti decine di migliaia di Bolivar a sostegno dei lavoratori in lotta. È stata approvata una risoluzione che rivendica la nazionalizzazione sotto controllo operaio di Venepal, fa appello a tutte le strutture dell’Unt ad appoggiare la lotta e a raccogliere i fondi necessari perché possa continuare. La risoluzione rigetta i negoziati intavolati dal governo con i padroni filogolpisti e che negano i diritti dei lavoratori e lancia un appello per una manifestazione nazionale di solidarietà davanti alla Venepal il 16 ottobre.

Si è lanciata alla fine una campagna nazionale e internazionale di solidarietà sotto lo slogan nazionale ed internazionale sotto lo slogan “Nazionalizzazione di Venepal sotto il controllo operaio”.

La lotta di Venepal mostra chiaramente la strada da intraprendere Per difendere e migliorare il tenore di vita delle masse venezuelane, i lavoratori devono assumere il controllo e farla funzionare secondo una pianificazione democratica a beneficio della maggioranza della popolazione.

11 ottobre 2004.

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È necessario sostenere la lotta dei lavoratori di Venepal e discuterla in tutti i posti di lavoro.

I messaggi di solidarietà da parte di singoli compagni, di Rsu e strutture sindacali possono essere spediti a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e per conoscenza a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

È importante esercitare una pressione verso le autorità venezuelane perché si affermi la proposta di nazionalizzazione sotto controllo operaio. Clicca qui per un modello di risoluzione in spagnolo, da spedire a:


Presidencia de la República: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Ministerio de Trabajo: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Fax del Ministerio de la Presidencia: 0058 2122638179
Faxes del Ministerio de Trabajo: 0058 2124084250 e 0058 2124084246
per conoscenza spedire a: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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Giù le mani dal Venezuela!

Intendiamo esprimere la nostra profonda preoccupazione per l’intromissione degli Stati Uniti nelle questioni interne della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Siamo estremamente preoccupati per le dichiarazioni recenti del Sottosegretario di Stato Peter DeShazo il quale afferma che ci sono state “troppe infrazioni” nel processo di verifica delle firme che l’opposizione ha raccolto nel tentativo di imporre un referendum di revoca della carica di Presidente della Repubblica.

Ha anche dichiarato che per gli Stati Uniti l’opinione dell’Organizzazione degli Stati Americani e degli osservatori del Centro Carter (fondato dall’ex presidente degli Stati Uniti) era tanto importante come la decisione finale del Consiglio Elettorale Nazionale (CEN). Questa è del tutto chiaramente un’interferenza ingiustificata nel processo democratico in Venezuela e un tentativo di mettere pressione al CEN affinché convalidi le firme dell’opposizione, senza considerare se queste siano valide o meno.

Inoltre il governo Venezuelano ha denunciato il fatto che SUMATE, l’organizzazione oppositrice che ha coordinato la raccolta di firme, ha ricevuto finanziamenti dal Fondazione Nazionale Statunitense per la Democrazia.

Esprimiamo preoccupazione anche per la situazione del giornalista Ernesto Villegas. Un’indagine giudiziaria è stata aperta contro Villegas che è stato accusato di aver pubblicato la trascrizione di una conversazione telefonica fra due dirigenti dell’opposizione dove questi ultimi ammettevano di non aver raccolto le firme necessarie. La registrazione della conversazione era già di dominio pubblico e la sua veridicità è stata ammessa da una delle persone coinvolte. Il procedimento giudiziario nei confronti di Villegas è un tentativo di zittire chi rende pubblico quello che sanno tutti: l’opposizione non ha mai raccolto il necessario di firme per convocare il referendum.

Il governo Usa non ha la minima statura morale per dare lezioni di democrazia al popolo e al governo venezuelano, particolarmente dopo l’appoggio fornito dall’amministrazione Usa al governo, di breve durata e non eletto democraticamente di Pedro Carmona che si insediò in Venezuela in seguito al colpo di stato dell’11 aprile 2002.

Ci schieriamo a difesa del processo rivoluzionario in Venezuela, dove la popolazione ha più volte dimostrato, in ben sette elezioni, il proprio appoggio al progetto Bolivariano promosso dal Presidente Chavez e chiediamo che il governo degli Stati Uniti smetta di interferire negli affari interni del Venezuela

Campagna di solidarietà promossa dalla redazione di FalceMartello

Appoggia anche tu la rivoluzione in Venezuela! Sottoscrivi l’appello contattandoci: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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